CHIESA DI SANT'ANTONIO DEI PORTOGHESI A ROMA
ACCESSIBILITA'
La porta laterale ha la discesa, ma poi c'è un piccolo scalino.
COSA C'E' DA VEDERE
La chiesa in realtà è dedicata a Sant'Antonio da Padova, ma è detta dei portoghesi per via delle sue vicende storiche: qui in zona fin dal 1367 Guiomar, una donna proveniente da Lisbona, acquistò una casa per ospitare altre donne giunte in pellegrinaggio dal Portogallo. Poco meno di ottant'anni dopo a questa casa si aggiunge un ospizio fondato dal Cardinale portoghese Antonio Martins de Chaves, che comprende anche la piccola chiesa di Sant'Antonio abate; di conseguenza la zona e la chiesetta diventano il punto di riferimento per la comunità portoghese a Roma e nel 1638 si decide di costruire una nuova chiesa che rappresenti degnamente il Portogallo e la sua casa regnante e la si dedica a Sant'Antonio da Padova, che aveva origini portoghesi. Sulla facciata infatti compare lo stemma della casa reale di Braganza, all'epoca sovrana del Portogallo.
Tutta la chiesa viene ricostruita in stile barocco. Lo si capisce dalla decorazione sontuosa con marmi policromi e dalle decorazioni dorate che ricoprono il soffitto e le cornici dei dipinti.
Essendo questa la chiesa della comunità portoghese appare logico trovare che le cappelle siano dedicate a santi di quella nazione, come Santa Isabella di Portogallo. Principessa aragonese di nascita, venne data in sposa al re Dionigi di Portogallo, dopo la morte del marito divenne terziaria francescana e fondò un convento affidato alle Clarisse. Sulla pala d'altare è però rappresentata prima della vedovanza; Luigi Agricola, copiando un dipinto più antico, rappresenta "Santa Isabella, regina di Portogallo, nell'atto di far riconciliare lo sposo con il figlio".
La cappella dell'Immacolata Concezione in origine era invece dedicata a Santa Elisabetta di Portogallo, venne completamente rinnovata da Luigi Vanvitelli a metà del '700 grazie ad un lascito dell'ambasciatore portoghese Manuel Pereira Sampaio.
Ma gli ambasciatori portoghesi non hanno soltanto abbellito la chiesa, alcuni vi sono anche stati sepolti, d'altronde aveva senso, nel caso in cui morissero a Roma e non fosse possibile riportarne le spoglie in patria, scegliere questo come luogo di sepoltura. Il monumento funebre del conte Alexandre de Sousa Holstein venne realizzato niente meno che da Antonio Canova.





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